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Lo squalo di Brindisi
Già da qualche tempo il mio amico Luigi mi trascurava:
nonostante io lo avessi pregato di tenermi informato sulle
sue pescate, lui non si faceva sentire da almeno due settimane.
Le mie notti erano popolate da sogni di pesca e già immaginavo
che il mio amico stava vivendo queste scene dal vero; ah,
dimenticavo, "Luigi", cotal amico, è niente
popò di meno che il Ciurlo, di San Pietro Vernotico,
l'ormai mitico personaggio salentino che dopo aver trascorso
numerosi anni a lavorare a Bologna, ha deciso molto coraggiosamente
di trasferirsi a Torre S. Gennaro e vivere di pesca.
Ed ecco che mi arriva la fatidica telefonata: la mia mente
già si preparava
ad assorbire le emozioni che solo i racconti di una persona schietta e diretta
come lui possono trasmettere. Ma la mia immaginazione non aveva nemmeno lontanamente
previsto quello che di li a poco Luigi mi avrebbe raccontato: seppur abituato
a scene di caccia con protagonisti quali dentici, lecce, ricciole ed altri
grossi pesci, anche lui pareva sbalordito nel riferirmi che si era trovato
al cospetto di un grosso squalo! Subito io gli chiesi a che specie fosse appartenuto,
sicuro di sentirmi rispondere che si fosse trattato della solita verdesca (Prionace
Glauca), ma Luigi disse di essere sicuro che lo squalo in questione era un
Grigio (Carcharinus Plumbeus) con tutti i crismi, dato che la sua lunghezza
era di almeno 2 metri.
Al mio stupore seguì subito un invito alla prudenza, in quanto questi
animali, seppur non aggressivi senza motivo, lo possono diventare se eccitati
dalla presenza in acqua di sangue o di onde elettromagnetiche in convulse,
come quelle prodotte da pesci feriti (situazione replicata ripetutamente durante
la battuta di pesca); ma il mio invito cadde nel vuoto, e Luigi già pensava
a come poter fare per catturare il bestione.
Nei giorni successivi fui informato che altri subacquei avevano avvistato lo
squalo, ma nessuno aveva avuto il coraggio di sparargli; dopo vari tentativi,
però, il mitico Ciurlo riuscì nel suo intento e, supportato da
un altro pescatore intenzionato a vivere questa esperienza di "caccia
estrema", catturò un esemplare di ben 50 kg di peso, per 1,9 metri
di lunghezza. Per la cronaca, il racconto di questa cattura è stato
anche pubblicato sulla principale rivista italiana di pesca subacquea.
Qualche giorno dopo, avendo a disposizione un po' di ore da dedicare alla mia
passione, decido di andare a pescare da Luigi, cogliendo l'occasione per passare
una giornata con lui in ricordo dei bei tempi passati insieme a Bologna. La
giornata comincia prestissimo, tant'è che prima dell'alba siamo già pronti
con la muta addosso: aspettiamo i primi albori e poi si va!
La prima zona che visitiamo è un lungo ciglio di roccia e lastre
dove spesso i pelagici sostano a caccia dell'enorme quantità di minutaglia
presente: il mio primo aspetto è premiato con un piccolo dentice, di
poco superiore al chilo, ma costituisce comunque un buon auspicio per il prosieguo
della pescata. Dopo poco tempo ne strappo uno delle stesse dimensioni, e maledicendo
l'avversa sorte, mi preparo a lungo per l'aspetto successivo: la profondità è modesta,
però i pesci sono molto sospettosi, avrò sicuramente bisogno
di un lungo appostamento sul fondo. La mia concentrazione è rotta da
uno scatto della minutaglia, che presagisce il passaggio di un pelagico: è una
ricciola ad irrompere nella scena, seguita da una sua simile poco più piccola.
Il peso dei pesci si aggirava intorno ai sette chili, ma la mia attenzione
fu catapultata sul vero protagonista di questa apnea che, come sempre fanno
i più grandi, si è fatto attendere fino all'ultimo momento per
poi entrare in maniera trionfale: un dentice di oltre cinque chili volteggiava
a circa dieci metri di distanza da me, ma evidentemente qualche sua precedente
esperienza col genere umano gli sconsigliava di avvicinarsi più di tanto,
bloccando anche l'avanzata delle ricciole.
Mi sarebbe piaciuto rimanere un altro po' a guardare la scena, ma siccome il
Signore ci ha forniti di un'autonomia in apnea limitata, dovetti risalire in
superficie e salutare i pescioni, che con andatura regale scomparvero nel blu.
Ritornato in gommone, sbircio il bottino di Luigi che era costituito da un
saragone formato famiglia, e anche lui mi confessa di essersi goduto la visione
di un branco di denticioni che però non gli hanno dato la possibilità di
sparare.
Il mio compagno, confidando nel mio totale appoggio in un'impresa così stimolante,
mi propone di andare a provare nel luogo di avvistamento degli squali, per
suggellare la sua fama, ormai sparsa nel luogo, di cacciatore di squali e farmi
provare la sensazione che l'adrenalina genera nel corpo quando si ha di fronte
un bestione del genere
Arriviamo sul posto, gettiamo l'ancora, Luigi continua a ripetermi di stare
attento e di rimanere sempre accanto a lui, in modo che ognuno possa doppiare
l'eventuale colpo dell'altro; io, come al solito, annuisco serafico, ma nascondo
molto bene l'emozione che mi assale nel sapere che probabilmente realizzerò il
sogno che da tempo ho rinchiuso nel cassetto, quello cioè di avvistare
un grosso squalo in mare
Via! Siamo in acqua, dopo poco il solito branco di cefali che infesta la zona
ci circonda, ma non è per loro che siamo in mare, non spariamo come
da accordi precedenti la corrente ci trascina fortemente verso il largo, ci
teniamo d'occhio nervosamente alla ricerca di un segnale che la bestia c'è il
mio sguardo viene attratto verso il basso, dove un'enorme macchia grigia solca
l'acqua: è lui!!! Luigi, avendolo sulla sua verticale, prontamente si
immerge, è lontano, ma non può farsi perdere l'occasione,
spara al limite COLPITO! La sua bombarda ha scagliato la freccia nel corpo
dell'animale, trapassandolo, e questo comincia a dirigere verso il largo.
Mentre Luigi mi urla di andare a prendere il gommone, io sono già a
metà strada nella direzione del mezzo nautico, in quanto la reazione
fulminea del pesce non mi ha permesso di doppiare il colpo raggiunto il mio
compagno con l'imbarcazione, dato che già si era allontanato di un centinaio
di metri trascinato dalla furia dello squalo, mi sento dire che lui ha già esaurito
la sagola del mulinello del fucile e quella del mulinello in cintura: in totale
circa 100 metri di cima sono in mare e il carcarinide non da segni di debolezza
alcuna. Scendo anch'io in acqua armato del mio fucile in carbonio e letteralmente
mi "arrampico" sulla cima tentando di raggiungere lo squalo; la visione
dell'enorme pesce che dibatte violentemente la coda genera in me un brivido
che mi percorre la schiena (è questo l'unico momento in cui mi rendo
conto anche del lato pericoloso dell'impresa); Luigi mi raggiunge presto, il
cuore di entrambi rimbomba sotto il pelo dell'acqua ma nessuno dei due dimostra
all'altro segni di tensione, cerchiamo di essere delle fredde macchine calcolatrici.
Raggiungiamo l'obiettivo, Luigi si immerge e spara un altro colpo ipotecando
seriamente la cattura; dopo una sfuriata che ci spossa ulteriormente, anch'io
sferro il colpo al grigio: una volta raggiunto, cerco di studiare un modo per
stroncarlo definitivamente, e in ciò mi vengono in aiuto gli innumerevoli
racconti di pesca di Giorgio Dapiran (mio maestro e grande amico) e dei vari
Blue Water Hunters. Tali ricordi mi indicano infatti di mirare al fegato, una
parte molto importate nei grandi pesci che, se colpito, taglia letteralmente
le forze della preda SLAM! Il tipico schiocco dell'arbalete è seguito
da un guizzo a pancia in su dello squalo e ad una sua lenta discesa verso il
fondo, ormai non c'è storia, ancora qualche impeto ma è vinto!
Risaliamo sul gommone, ancora non cantiamo vittoria (non si sa mai), ma cominciamo
a sorridere guardiamo l'orologio: è passata circa un'ora e mezza dal
momento in cui lo abbiamo sparato, ci ha portati a spasso per un paio di miglia
e ora sembra essersi fermato definitivamente. Scendiamo in acqua muniti di
cima e "incappello" la sua coda con un cappio precedentemente formato:
gli ultimi sussulti mi fanno rendere conto delle reali dimensioni
Colleghiamo la cima allo specchio di poppa e dirigiamo verso il porticciolo,
dove una folla di curiosi accoglie il nostro turbolento arrivo. Facciamo le
foto di rito ed eseguiamo la pesatura, curiosi di conoscere la massa di questo
pesce, a detta di Luigi, notevolmente più grande della sua precedente
cattura: 2,2 metri per quasi 80 kg di peso L'euforia ci coinvolge e la giornata
di pesca finisce tra le risate e i racconti delle emozioni che ognuno di noi
ha provato durante la cattura; ormai è tardi, io devo tornare a Manduria alla
mia vita quotidiana, ma mi rimarrà sempre nel cuore questa giornata
e l'amicizia che mi lega all'ormai universalmente noto come cacciatore di squali:
Luigi Ciurlo.
Piero Erario |
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