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Le secche di Ugento (Le)
Ci sono dei posti in Italia che riecheggiano nei racconti
dei pionieri della pesca subacquea come fossero dei veri
e propri santuari, dei luoghi sacri in cui si sono perpetrati
i sacri riti della predazione, cui tutti noi siamo votati
nell'anima; uno di questi posti mitici sono le Secche di
Ugento.
Situate molto al largo, cominciano in corrispondenza di Torre
Suda per estendersi sino a Torre Vado, ma il cappello principale
(anche se è improprio parlare
di cappello, visto che si tratta di un vasto altopiano sommerso dai profili
molto dolci) è situato circa 3 miglia a sud-ovest di Torre San Giovanni:
qui la profondità raggiunge il minimo di 6 metri ed il posto è segnalato
da una meda che mette in guardia le navi dal pescaggio elevato.
Ancora vivi nella mia mente sono i racconti dei pescatori locali (bombolari
impuniti) che parlano di "occhi bovini" che scrutavano dal fondo
la lenta discesa dell'uomo vestito di nero che emetteva quella strana colonna
di bollicine, ignari del pericolo cui andavano incontro; non era raro incontrare
tane stracolme di pesce bianco accompagnato sempre da una, due, tre o più cernioni
che pigramente gironzolavano davanti all'imboccatura e assumevano la tipica
posizione in candela.
Inutile dire che il tempo passa, l'uomo evolve le sue possibilità tecniche
e, complice lo scarso buon senso che anima molte delle persone che vanno per
mare, la situazione è andata via via modificandosi, in peggio, ovviamente.
Gli ormai famosi carnieri composti da 25-30 cernie di peso superiore ai 10
kg hanno contribuito al depauperamento ittico della zona, e le famose "bombardate" settembrine
hanno spopolato il bassofondo di questi magnifici posti.
Tuttavia, grazie ad una particolare conformazione del fondale, questo luogo è rimasto
uno dei pochi in cui è ancora possibile assistere a spettacoli di altri
tempi, dove ogni tanto le cernie risalgono dagli abissi per cacciare in zone
più ricche di luce e quindi di organismi animali, dove periodicamente
le orate banchettano nel sottocosta ancora raggruppate in branchi composti
da decine di individui, anche di dimensioni notevoli, dove i pelagici sono
di casa e, in alcuni momenti particolari, si concedono agli occhi dei subacquei
in tutta la loro maestosità.
Le secche sono praticamente un esteso pianoro che di tanto in tanto offre qualche
spaccatura degna di interesse: il bassofondo, in verità, a parte le
brevi frequentazioni di qualche pelagico, non è molto ricco di vita;
dei siti un po' più interessanti si trovano a partire dai 14-15 metri
fino ai 20-22. Si tratta delle classiche dorsaline di grotto alte 1-1,5 metri
completamente traforate. Al loro interno trovano rifugio diversi saraghi, qualche
corvina e molti tordi neri di dimensioni interessanti: in realtà al
cospetto di questi pesci è meglio non sparare, in quanto spesso fanno
da sentinella a qualche tana interessante ed abitata da più pregiati
coinquilini. Conviene comunque sempre tentare la carta dell'aspetto per individuare
i punti più interessanti, in quanto il pesce che abita questi fondali è molto
mobile, e potrebbe trovarsi in un luogo anziché in un altro seguendo
regole che, nonostante tutti gli sforzi fatti dai frequentatori di queste zone,
sono ancora estranee a qualsiasi spiegazione razionale. La fortuna però potrebbe
assisterci facendoci trovare qualcuna di quelle lastre isolate (le cosiddette "tane
madri"), che costituiscono il polmone di ripopolamento di un'intera zona
di caccia: in questi casi è meglio non lasciarsi prendere dalla foga
e prelevare pochi pezzi, lasciando la possibilità a questo "polmone" di
fare il suo dovere e conservandoci una sorta di "riserva personale di
caccia" che ci garantirà nel tempo delle catture sicure.
Occhi ovviamente sempre aperti, in quanto, seppure siamo ancora sul bordo "costiero" delle
secche, da un momento all'altro potremmo trovarci al cospetto con il grande
pelagico: ricordo ancora quel giorno di luglio di tre anni fa quando, risalito
in superficie con un sarago nella mano destra e l'asta nella sinistra (avevo
estratto ed ucciso il pesce in risalita), fui circondato da una ventina di
lecce stimate circa 20 kg l'una!!! Inutile dire che il tempo per ricaricare
il fucile è stato troppo lungo per pretendere che i pescioni continuassero
a girarmi intorno, come hanno fatto per una ventina di secondi (che a me sono
sembrati una ventina di minuti): le deflagrazioni prodotte dalle loro code
sono state udite anche dal mio compagno di pesca Massimo che pescava a una
cinquantina di metri di distanza!
Il grande pianoro che si estende poco al largo della meda di segnalazione è composto
dal solito grotto, a tratti alto e traforato, a tratti basso e con poche fessure,
ad una profondità variabile dai 23 ai 28-30 metri: il fondale si fa
ora più impegnativo, vista anche la frequente presenza di corrente,
che a volte rende questo posto impraticabile: futile ogni tentativo di contrastare
il flusso quando è nel pieno del vigore, a meno di pescare in corrente
con un barcaiolo che ci assiste.
Comunque in condizioni normali, possiamo aspettarci veramente di tutto: anche
la fessura più insignificante può ospitare dei pesci, in particolar
modo dotti (Epinephelus Alexandrinus) che si "ammassano" negli spacchi
del fondale. Non è raro infatti catturare anche più di un pesce
nella stessa piccola e a prima vista insignificante fessura. Molti saraghi
frequentano la zona in questione, ma spesso la profondità alla quale
stiamo operando non giustifica un colpo ad uno sparide, anche perché spesso
i branchi di questi pesci fungono da sentinelle alla regina di questi fondali,
la Cernia (Epinephelus Guaza), che a volte risale dalle vicine profondità e
soggiorna nel grotto "fiorito", caratteristico della zona. Infatti,
la particolare limpidezza dell'acqua (è spesso visibile il fondo anche
a 25 metri di profondità), unita alla corrente sempre presente, favorisce
una strana "brillantezza" e vitalità del grotto, tanto da
fargli meritare l'aggettivo "fiorito", appunto.
Ovvio che anche qui l'incontro della vita è possibile da un momento
all'altro, quindi è sempre consigliato avere il mulinello sulla propria
arma. Grosse ricciole (Seriola Dumerili) amano passeggiare nei paraggi, e i
tonni (Thunnus Thynnus) non disdegnano delle puntatine a quote più modeste
delle loro abituali.
Infine c'è il ciglio esterno, che fa eccezione in quanto a morfologia
del fondale: la profondità è da campioni, spesso proibitiva per
i più, ma è veramente spettacolare: la profondità "cade" dai
28-30 fino a quasi 50 metri, a gradoni alti e che fanno da orlo a tanoni e
caverne abitate da grosse cernie brune (purtroppo imprendibili, visto che il
posto è battutissimo dai pescatori di frodo con le bombole); corvine
colossali "volano" lontane dal fondo per poi guadagnare lentamente
i loro rifugi al minimo cenno di pericolo; pelagici di ogni genere transitano
in corrispondenza di questo "ciglio", dalle palamite, alle ricciole,
ai tonni. Insomma, un posto veramente magico, anche se ormai stremato dalle
frotte di bombolari che da sempre lo sfruttano senza criterio.
Per fortuna le condizioni meteomarine non ne fanno un posto di tutto riposo,
e può ancora regalare, a chi sa sfidarlo (sempre con il giusto timore),
soddisfazioni immense e sensazioni uniche.
Piero Erario |
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